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Murgia

marcoss 20 Apr 2016 20:34
Premetto che non conosco M.Murgia
ma vale la pena leggere questo breve articolo
che riporto per intero:

SONO passati dieci anni da quando il precariato divenne un argomento di
moda nei talk show e nei comizi, e ce li ricordiamo ancora tutti i
politici nei salottini televisivi pontificare che non bisognava definire
"precarietà" quel deflusso dei diritti legati al lavoro; dovevamo
chiamarla "flessibilità", parola ambigua che evocava l'immagine di cose
leggere e forti, il legno dell'arco e le chiome piegate dei giunchi al
vento. Ma già a metà degli anni Novanta erano cominciate le prime leggi
sul lavoro: ci dissero allora che quelle riforme erano moderne, poi che
era l'Europa che ce le chiedeva, e che dovevamo essere contenti che le
nuove generazioni avessero l'opportunità di vivere per anni motivate
dalla prospettiva di non sapere se tre mesi dopo il loro contratto
sarebbe stato rinnovato.

Nessuno con un briciolo di buon senso credette alla favola dell'aumento
delle retribuzioni in cambio della perdita dei diritti e infatti qualche
anno dopo arrivò la crisi e gli stipendi scesero alla stessa velocità
con cui gli ultimi diritti rimasti se ne stavano andando. Furono gli
scrittori tra i trenta e i quarant'anni - Nove, Bajani, Desiati,
Platania, Baldanzi, Falco, Incorvaia e Rimassa - a raccontare per primi
quello che stava succedendo, ma c'è voluto tanto tempo ancora perché
un'istituzione, calcoli alla mano, si rendesse conto che il disastro che
allora annunciavamo come possibile è già diventato probabile. I termini
della denuncia del presidente dell'Inps sembrano persino ottimistici: è
credibile che alla pensione non ci arrivino neanche migliaia di uomini e
di donne degli anni '70 e '80, che si riconosceranno senza sforzo nella
descrizione del percorso lavorativo a ostacoli che Boeri indica come
tipico dei trentenni. Tutti loro, fratelli maggiori e ******* hanno
avuto un futuro non più lungo dei loro rinnovi contrattuali e un
presente fatto di stipendi a forfait, incarichi a progetto senza il
progetto, collaborazioni permanentemente saltuarie, finte partite Iva e
stage eterni mai retribuiti. Quegli uomini e quelle donne non sono una
generazione perduta, come li ha definiti icasticamente Boeri, perché
sono qui, sono vivi, ci camminano accanto e saranno sempre di più:
ciascuno è lì coi suoi sogni non realizzati, le scelte che con più
sicurezze lavorative si sarebbero potute fare, i figli mai generati per
la paura di non avere abbastanza per crescerli e la pensione dei
genitori come estremo paracadute.

In quella generazione depredata è l'Italia che si è perduta,
sacrificando milioni di intelligenze, di idee e di potenzialità
all'avidità di una parte del mondo industriale, quello che conta,
convinto che la vita di quelle persone non sia una risorsa, ma un costo
da abbassare fino a metterlo in concorrenza col più

basso salario al mondo. Non è la pensione la speranza perduta dei
trentenni: è il futuro.

--
marcoss

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